ChannelDraw
Gianluca Costantini
Graphic Journalism

Fedele alla linea, introduzione

Di Luigi Spinola
Pubblicato in: Fedele alla linea, BeccoGiallo Edizioni, 2017

Mi sono imbattuto per la prima volta nel lavoro di Gianluca Costantini nei giorni in cui stavamo rilanciando il settimanale pagina99, con la testa piena di idee sghembe e contraddittorie sul giornale nuovo che volevamo fare. E più che la linea editoriale o politica, da direttore mi premeva ripensare nel suo insieme il prodotto giornale, costringendo finalmente noi giornalisti a imparare a comunicare.  

Vasto programma. Perché il giornalista della stampa scritta è l’unico bipede che ancora si attarda in un mondo in cui il potere della parola è dominante, convinto che i suoi sacri contenuti si possano smerciare anche annegandoli in un mare di piombo. Non è più così, se mai lo è stato. Studi inquietanti per noi scriventi dicono che il consumatore di notizie oggi trattiene circa il 20% delle informazioni che gli vengono offerte dalla lettura, percentuale che balza a 80% se le stesse informazioni arrivano attraverso le immagini. Tra le poche certezze, c’era quindi l’idea che il giornale andava ripensato e poi progettato numero dopo numero con i grafici. E tra i linguaggi applicabili sulla carta che cercavamo a tentoni nel laboratorio della multimedialità c’era anche il graphic journalism. 

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Fu l’art director di pagina99 Riccardo Falcinelli a segnalarmi Gianluca Costantini. Il suo lavoro mi piacque subito, in primis per quella linea pulita che mi ricordava gli amati comics, applicata ai campi più diversi del disegno, dal fumetto all’illustrazione, dall’animazione all’arte contemporanea. Nel graphic journalist Gianluca Costantini insomma m’invaghii del graphic trascurando il giornalista, perpetuando così involontariamente i pregiudizi della mia disgraziata professione.

Poi arrivarono le prime tavole. E subito, la qualità del lavoro giornalistico di Costantini impose di piazzare la sua “doppia” (la doppia pagina fu la forma standard ma non unica della nostra collaborazione) nel primissimo sfoglio, quello riservato alle storie più calde e agganciate all’attualità, e non nelle pagine dedicate alla cultura e alle arti, retrovia preziosa ma più posata del giornale. La piccola rottura innovativa da parte nostra fu quella, il resto lo ha fatto lui. 

Presto spingemmo più in là l’integrazione del suo lavoro con gli altri contenuti del giornale. In alcuni casi, Costantini inseriva una striscia in una doppia pagina di testo, numeri e  foto, come un classico articolo di taglio basso, ancillare rispetto al pezzo portante (ricordo in particolare un secolo di rapporti tra Italia e Libia racchiuso in cinque – sei folgoranti vignette, dalle stragi del Generale Graziani alla tenda piantata dal Colonnello Gheddafi a Villa Pamphili). Il più delle volte però le sue tavole entravano in uno sfoglio più ampio, coordinato con altri pezzi, spesso in apertura del giornale. In breve, divenne necessario. Al punto che le storie di copertina prive di una sua doppia, magari tra un reportage e un pezzo di data journalism, sembravano monche o comunque meno capaci di parlare al lettore e appassionarlo al tema trattato. 

Così quando arrivò all’inizio della primavera 2016 la notizia degli attentati a Bruxelles e fummo costretti a rivoltare il giornale in tempi per noi strettissimi, gli chiedemmo una doppia lampo, come si fa con un reporter sul campo. E accelerando i suoi ritmi, Gianluca Costantini tirò fuori uno dei sui lavori migliori: un racconto magistrale sulla formazione del jihadista Salah Abdeslam, che si concludeva con l’immagine dominante di una donna velata con la corona belga sul capo. Zampata da editorialista di razza. 

Perché da giornalista serio e rigoroso, Costantini sa rispettare la classica distinzione anglosassone  tra news e views, ma ha una spiccata vocazione da disegnatore-attivista. E più della carta è il digitale il terreno più adatto per far circolare le sue vignette, che fotografano quasi in presa diretta violazioni dei diritti umani ai quattro angoli del mondo. Chi segue gli account social di Costantini o il suo blog ChannelDraw conosce la forza virale con cui i suoi disegni irrompono nei newsfeed, come un passaparola che incita alla protesta o alla solidarietà. Tra tante immagini, mi torna alla mente una natività tra le tende di Idomeni, allora il più grande campo profughi d’Europa,  in cui l’occhio del cronista colse una nuova Betlemme. Non a caso Costantini è stato chiamato a tenere un workshop sul nostro limes a Pozzallo (altra occasione per una doppia su pagina99) facendosi così disegnatore-pedagogo, promotore di una cultura dell’accoglienza. 

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Soprattutto, quasi ogni giorno (purtroppo) Costantini aggiunge un volto alla sua straordinaria galleria di ritratti di poeti azzittiti, giornalisti rinchiusi, attivisti torturati. E dei loro torturatori. Volti, nomi e storie che rimarrebbero altrimenti misconosciuti viaggiano così sul web o sulla carta. A volte atterrano anche sui muri delle città, come è accaduto a un Erdogan grondante sangue su una strada di Brooklyn. 

Il lavoro di Costantini è un atlante dei diritti umani calpestati che andrebbe portato nelle scuole. E questa rigorosa fedeltà alla linea, nel suo caso ma anche di altri talentuosi graphic journalist  con la testa aperta al mondo, dovrebbe trovare più spazio anche nei nostri angusti giornali.  

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