Pubblicato in tre lingue nel 2015, è un ritratto accurato della situazione politica turca. Il voto del 7 giugno portò infatti il partito di governo per la prima volta dopo anni a non avere la maggioranza e vide l’HDP, chiamato “curdo” ma in realtà partito di sinistra che aveva coagulato intorno a sé molti dissidenti repubblicani, radi- cali, giovani delle grandi città, per la prima volta in parlamento. C’erano stati 4 morti al comizio dell’HDP a Diyarbakir, tuttavia il voto non ne era stato segnato. Ci è voluto quello che è accaduto dopo, e su cui sappiamo troppo poco, ovvero il tentativo di colpo di Stato del luglio 2016, per consegnare lo Stato al cosiddetto neosultano Erdoğan. Gülen, ex alleato del Primo Ministro in autoesilio negli USA, ha sempre negato la propria responsabilità. Di fatto, senza nessun rap- porto causa-effetto, il partito HDP, i suoi esponenti, moltissimi giornalisti, intellettuali, sono stati imprigionati o hanno lasciato il paese in via precauzionale. L’esile primavera del leader del Partito Democratico dei Popoli (HDP) si è infranta nella persecuzione giudiziaria che è seguita indiscriminatamente ai fatti dell’estate 2016: al processo di gennaio 2017 sono stati chiesti per Demirtaş 142 anni di prigione. Al momento è recluso nella prigione di massima sicurezza di Edirne in stato di isolamento nelle famigerate celle di tipo F, criticate da tutte le organizzazioni dei diritti umani che si occupano di sistemi carcerari. Questo è un suo ritratto.
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