La giovane Italia, giovane perché nata tra le ultime come stato nazione nel ‘800, è un paese di stranieri. Di stranieri che hanno dovuto riconoscersi italiani, in un periodo che per alcuni aspetti non si è ancora concluso, se pensiamo ai ritorni di fiamma di un certo separatismo che mette anche aspetti pseudo culturali alla base della propria vocazione all’egoismo.
Così la legge per la cittadinanza ai nuovi cittadini stenta a diventare carta comune: è un tema ricorrente, spesso sbandierato con facilità da chi si vuole posizionare nell’area del cosiddetto progressismo dei diritti, ma che ricade con facilità nel dimenticatoio, schiacciato dai tatticismi, dalle strategie a breve raggio, dalle alleanze trasversali fatte per salvare un bilancio in rosso. Così alla voce dei bilanci in attivo mancano i nuovi italiani, che crescono essendo stranieri nel proprio paese. Senza voto politico, senza rappresentanza, continuano a intrattenere rapporti insidiosi con le terre di origine, che, annebbiandosi nel ricordo e nella nostalgia, assumono tratti spesso solo picareschi. L’ultima vignetta peraltro ci ricorda qualcosa della storia più recente di questo paese: che ci furono altri che si trovarono all’improvviso stranieri nel proprio paese, nel 1938 per la precisione.
Testo di Igiaba Scego
Disegni di Gianluca Costantini
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