Il ritratto finale di Ratzinger, ormai papa emerito, definizione utilizzata per la prima volta per un Papa e che era stata introdotta per alcuni gradi del clero dall’ultimo concordato, concentra, nelle pennellate di china nera che adombrano lo sguardo non certo cordiale del pontefice tedesco, un presagio di nuvole e tempesta che forse saranno schiarite solo dagli studiosi tra qualche decennio. Forse, perché se c’è una storia che rimane sempre piena di equivoci e di ambiguità, è quella della Chiesa di Roma. Il suo potere secolare e spirituale, che continua da ormai più di un millennio, tra innumerevoli crisi di identità e di credibilità, ma che riesce sempre a trova- re una strada del recupero, è sicuramente uno dei temi più avvincenti, ma anche più complessi da affrontare per uno storico. Oggi i fedeli si trovano di fronte ad una figura quasi antitetica all’anziano teologo che ha incarnato il grande passo della volontaria rinuncia: un gesuita che ha scelto un nome mai osato dai predecessori, che usa modi e termini diversi, che incanta una platea che esubera dal plateau dei militanti cattolici, cosa che il predecessore stentava a fare. Così l’epoca dei due papi è quella che viviamo e la ricostruzione passo passo di questo gesto che sicuramente collocherà nella storia della Chiesa il discusso Benedetto XVI, serve a ricordarci in modo lapidario dove sta la Storia che un giorno verrà scritta, lontana dai tanti chiacchiericci che ogni tanto intasano la nostra attenzione.
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